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30/01/2004

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Domenica delle salme

Visita medica all'infermeria dell'ufficio, oggi. In burocratese, "controllo sanitario decreto legislativo 626/94". Quel bellimbusto del medico, abbronzatissimo, scandisce il mio cognome con una pesante inflessione. So già dove andrà a parare. "Sarà sicuramente milanese, lei", dice con ironia. "Ovviamente no", rispondo. E poi, da buon siculo, mi strizza l'occhio, presumendo una reciproca complicità. Si sente già un po' mio parente, perciò si interessa delle mie provenienze familiari e mi chiede se in Sicilia ci sono mai stata, se l'isola mi piace. Mi vien da ridere. Sempre le stesse domande.
Ma non era questo che volevo dire. Mentre attendo la chiamata per la visita oculistica, sento una signora che si lamenta di aver perso altre diottrie nell'ultimo anno e mezzo: "perché ho avuto una figlia e ho voluto allattarla", spiega. In quell'"ho voluto" mi è sembrato di sentir risuonare un "mi sono messa in testa di" o un "avrei potuto evitare e ora ne pago le conseguenze". La cosa mi ha colpito perché di recente ho letto, sulla rubrica medica di una rivista, la lettera di una madre che aveva deciso alla prima gravidanza di non allattare per questioni estetiche, ma ora, alla seconda gravidanza, stava pensando di tornare sui suoi passi, "perché il latte in polvere acquistato in farmacia costa davvero troppo".
Trasecolo. E mi viene in mente quella volta in cui Toscani volle su tutti i manifesti Benetton l'immagine di un bimbo attaccato al seno della madre, contro certa esasperata sessualizzazione del corpo femminile. Battaglie di retroguardia, temo. Il corpo è da tempo una salma. E così sia.


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