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20/01/2004
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Poesia, poesia, deh proteggimi ovunque io sia
Anni fa mi capitò di frequentare, per vie traverse e obtorto collo, due sciurette impolverate assai e dedite, ahimé, alla poesia. Giusto perché sono brutale solo quando scrivo e con quelli ai quali voglio bene, non mi riuscì di disincagliarmi in tempo. Sicché mi ritrovai, riluttante, a trascorrere ogni maledetto lunedì sera in una freddissima tavernetta, dove mi toccava sentir 'ste anime belle declamare le proprie cosette - mon dieu! -, mentre io e l'altro convitato, che come me a fatica tratteneva le risate, ci facevamo scudo dei classici, perché l'importante è partecipare. Nella testolina delle due le ambizioni lievitarono in breve senza freno: altra gente fu coinvolta in quelle serate a base di castagne abbrustolite sul fuoco del camino, di vinello e belle lettere, fino a che venne la fatal proposta: perché non organizzare una serata di poesia? Già, perché no? Terrorizzati, all'inizio cercammo di dissuaderle, poi acconsentimmo stancamente, convinti che la cosa si sarebbe arenata da sola. Mai sottovalutare gli aspiranti poeti. In men che non si dica contattarono il Comune per l'affitto della sala, stamparono gli inviti, li spedirono e trovarono pure la nobile scusa per giustificare la parata di piume: la povera defunta. Pescarono infatti, non so come, la pietosa storia di una ventiseienne passata a miglior vita che aveva lasciato, tra le proprie carte, alcuni modestissimi versi, che la madre a tutti i costi voleva pubblicare. E così fu. La serata fu dedicata alla ragazza e il libriccino postumo distribuito in quell'occasione. Ma ci fu anche di che divertirsi. Come quella volta, per esempio, che fummo trascinati tutti all'Arsenale per assistere a un'impressionante parata di facce smunte, barbe incolte, sciarpette esistenzialiste, pantaloni di velluto troppi corti, ballerine rosa e straripanti fondoschiena inguainati in abiti color confetto, tutti tremolanti di quel genere emozioni che vanno a capo a caso. Ah, i poeti, che brutte creature. Mentre credevamo di morire dalle risate, dribblando le occhiatacce di riprovazione che le due poetesse ci lanciavano, sbucò da chissà dove Lui. Camicia bianca sbottonata, catena d'oro sul petto villoso, aria da sciupafemmine e voce profonda, si mise al centro e recitò Sei bellissima. Un'ovazione. Bravoooooo, bissssssss! Le poetesse emersero all'unisono dai loro sarcofaghi, ondeggiarono sui tacchetti come ippopotami - un autografo, un autografo! -, anelanti come mai e pronte a spolpare almeno con gli occhi - non fosse concesso di più - l'appetitoso maschio. Della poesia, nessuna si ricordava più.
Shangri-La, 11:15:20
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