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08/01/2004
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Pallottole su Palermo
Irredimibile. Così Sciascia della Sicilia caotica, irrazionale e pirandelliana che ancora oggi s'imbottiglia nel traffico dantesco di Palermo, guadagnando il ritorno a casa di prepotenza, muso contro muso, fanale contro fanale. Ma sono i duelli sorridenti, senz'astio né nervosismo, di questi Gorgia al volante delle loro Fiat scassate a stupire te, che dell'ingorgo milanese conosci l'apparente razionalità, fragilissima e prossima alla crisi di nervi, pronta allo scoppio d'ira e al clacson facile.
Succede, sai, che se t'aggrappi alla ragione, e solo a quella, diventi pazzo e non sai più dove stia il vero, dove il falso, e chi sia nel giusto, se la signora Frola o il signor Ponza, suo genero. Succede che, nell'agnizione finale, sembra sia la Sicilia stessa a chiudere, enigmatica, il sipario dicendo: "Per me, io sono colei che mi si crede".
L'umano troppo umano "al limite del vivibile" del pirandellismo isolano era un nervo scoperto, per Sciascia, era carne viva, memoria "di fatti accaduti, di persone conosciute, di rivelazioni, sgomenti e terrori vissuti", era, diceva lo scrittore di Racalmuto, "la Sicilia come l'ho conosciuta e come la conosco. Tra le pagine di Pirandello e la realtà in cui sono nato e cresciuto non c'è scarto".
E più Pirandello s'inabissava nelle pieghe profonde di un'insularità d'animo forgiata di relativismo sofistico, più Sciascia, che non amava il mare (come a suo dire non lo amavano i siciliani tutti), cercava la via di terra, attraccando al molo d'un illuminismo diamantino, nella convinzione che la verità esiste, è conoscibile e raggiungibile. Da lì la scelta del genere giallo.
Tuttavia, di tutti gli omicidi da lui immaginati era dato a Sciascia di scoprire movente e colpevole, tranne che del delitto perfetto col quale Platone si vendicò della Sicilia, che ne scornò le mire politiche, imbalsamando definitivamente la potenza eversiva della sofistica. Di quest'ultima, i dialoghi platonici - pressoché unica fonte - hanno consegnato ai posteri la fisiognomica ormai proverbiale del siciliano che non crede in nulla, dell'abile sofista che cambia tutto per non cambiare niente, del distruttore di ogni fondamento ontologico del discorso. Del nichilista, insomma.
Quello stesso nichilismo che Sciascia tentò di strapparsi dalle viscere, vittima fatale, allora come oggi, di una curiosa pena del contrappasso, che ancora lo pesa sul bilancino di una politicuzza senza respiro e, per soprammercato, lo accusa d'ignavia, quando non di colpevole connivenza intellettuale coi peggiori mali dell'isola.
Pensava, Sciascia, che fosse pericolosa dimostrazione di inettitudine di governo il tentativo di radicare il senso della cosa pubblica attraverso il braccio armato di leggi d'emergenza. Fieramente avverso all'istituzionalizzazione del pentitismo, poneva questioni di diritto che oggi sarebbe miope non riconoscere come lungimiranti.
Della sicilianità quale categoria dello spirito di confine, filosoficamente vicina agli scenari del pensiero orientale, tuttavia Sciascia non colse l'essenziale, fermo alla condanna platonica di quel corto circuito tra ontologia e parola che scardina, sì, i presupposti della dialettica logica, ma - foriero di ben altri sviluppi - non si lascia necessariamente alle spalle soltanto le macerie d'una retorica fine a se stessa.
A un uomo solo, del resto, non è lecito chiedere tutto, soprattutto quando ha dato così tanto. A un uomo di questa levatura non si tira la giacca dando surrettiziamente a intendere che la dicotomia isolana divide il mondo in due, tra quelli che il colpo di pallottola ce l'hanno in canna e quelli che ce l'hanno in corpo. Saremo pure nani, ma camminiamo sulle spalle dei giganti che a spese loro ci hanno dato la libertà di pensare.
Ragion per cui coltiviamo la speranza che un giorno si possa affermare senza scandalo che non sono né indifferenza morale né nichilismo a solcare certi visi antichi e cartavetrati dal sole o a farne danzare le parole in acrobazie sofistiche.
E' piuttosto l'obbedienza a un inespresso e non meno reale codice etico che una sola cosa chiede: che tu faccia la tua parte, sapendo che è solo una parte e non il Tutto, che tu eserciti la tua virtù senza farne una bandiera, che tu sappia abbracciare la vita sorridendo alla morte.
Liberi dalla fede nella dialettica e nella verità logica, si è vuoti e accoglienti per far spazio a un'altra consapevolezza. E' un piccolo grande segreto e galleggia lì, nell'aria salmastra. Ma bisogna respirare a fondo, per sentire.
Shangri-La, 16:00:39
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