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18/12/2003

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Il peccato sì, il peccatore no

Quand'ero ragazzina, pensavo che la verità fosse cosa da dire sempre. A muso duro e a culodritto, senza giri di parole. E la dicevo. Gli altri, prudenti e astuti, se ne guardavano bene, ma bastava una mia mezza parola e subito qualcuno - sapendomi emotivamente ricattabile su questioni di onore, coraggio e balle varie - lanciava il guanto di sfida: dilla tutta. E raccoglievo, fessa che ero. Le mazzate successive, addebitate direttamente sul conto della sottoscritta. Poi sono cresciuta e ho cominciato a dubitare della sincerità e dell'apparente ingenuità del mio prossimo. Perché capitava che, quando mi pareva di averla detta veramente grossa, si scoprivano, ohibò, improvvisamente tutti d'accordo con me e contenti assai che finalmente qualcuno avesse portato alla luce del sole quel che era opinione comune. Ci casco sempre di meno, ormai, nonostante la tentazione. "Procomberò sol io", è solito dirmi chi mi vuol bene davvero, tutte le volte - e sono tante - in cui mi prende la foga di vuotare il sacco. Un po' di sano sfottimento e la malsana idea di fare favori gratuiti mi passa. Tuttavia la voglia di dire quello che penso - almeno di fronte a me stessa - non si placa. Sicché ho trovato un buon compromesso: denuncio il peccato, ma non il peccatore. A qualcuno non piace, lo so. Frankly, my dear, I don't give a damn. A 34 anni - dopo aver ampiamente dimostrato a me stessa e a mie spese che sono sufficientemente impavida - ho imparato che c'è una sostanziale differenza tra il coraggio e l'avventatezza. Delle pacche sulle spalle ne faccio a meno. E poi i peccati sono interessanti e istruttivi, i peccatori sono solo dettagli e domani non ti ricordi nemmeno più come si chiamano. Del resto, quando scrivo qualcosa di volutamente indiretto, il mio intento è quello di far parlare la cattiva coscienza mia e degli altri. Poi ognuno ci metta dentro quel che vuole, ma non chieda a me cosa. Troppo comodo.


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